| "Fino a qualche
anno fa ,questa malattia stava ai confini con la leggenda,
tanto fantastica quanto terribile ..." |
Fino
a qualche anno fa la Corea di Huntington era una malattia
conosciuta come una leggenda, una storia tra il fantastico
e il terribile resa tale sia dalla sua rarità che
dalla inspiegabilità del fenomeno. Frasi come "Ma
che hai oggi, il Ballo di San Vito?" oppure "Ti
ha morso per caso una tarantola?" erano frasi tipiche.
Infatti i malati di Corea di Huntingto una malattia del
cervello in cui vengono a mancare le cellule preposte
principalmente al controllo del movimento - hanno dei
movimenti bruschi e improvvisi che non sono in grado di
impedire, apparendo quasi
in preda ad una danza. Inutile sottolineare come un deficit
di questo tipo renda difficoltose molte azioni della vita
quotidiana quali, per esempio, portare un cucchiaio alla
bocca per mangiare o stare seduti su una sedia; per non
parlare della vita sociale, vissuta, magari, a volte,
in modo imbarazzante fin dai primi sintomi di malattia
sia dal malato che dai familiari, quasi ci fosse qualcosa
da nascondere.
L'inizio
della malattia (II caso WexIer)
Significativo è quanto accaduto a Leonore
Wexler, una signora benestante di Los Angeles, mamma di
una fantastica donna e ricercatrice dal nome Nancy Wexier
che è stata la fondatrice della Hereditary Disease
Foundation, una fondazione americana per lo studio e la
cura della Corea di Huntington.
L'episodio viene raccontato proprio all'inizio di un lungo
e appassionato articolo riportato sul London Times il
25 maggio scorso, in occasione dell'anniversario della
scoperta del DNA. L'articolo inizia così: "Quando
una mattina Leonore Wexier si mise a camminare barcollando
lungo un marciapiede di Los Angeles, borbottando tra sé
e sé con una parlata incomprensibile, un poliziotto
davanti al palazzo di giustizia la rimproverò pesantemente
per il suo comportamento disordinato, simile allo stato
di ebbrezza." Ma Leonore non aveva problemi di alcolismo,
tanto meno era ubriaca. Leonore aveva ereditato il gene
malato. Leonore aveva quindi una disfunzione biologica
e quei movimenti danzanti segnavano l'inizio della malattia.
L'inizio
di una battaglia
Elena
Cattaneo, direttrice del Laboratorio di Biologia
Cellule staminali
Nella
foto sopra Dorotea Rigamonti
|
È
l'inizio di una battaglia, combattuta tra il desiderio
e la volontà di condurre una vita normale e un
corpo che si ribella e crea difficoltà continue.
Un corpo a cui, spesso, non viene a mancare nello stesso
modo la coscienza di ciò che sta accadendo. Col
tempo possono aggiungersi altri problemi come l'incomprensibilità
della parola detta, la depressione o anche isolati stati
di aggressività oppure problemi psicologici che
possono sfociare nella demenza. Queste manifestazioni
sono molto variabili da persona a persona, con alcuni
malati che arrivano al totale estremo di ciò e
altri che riescono a beneficiare meglio dell'affetto e
dell'attenzione dei familiari. Essendo una malattia genetica
ereditaria, per il medico è relativamente semplice
ipotizzare che un paziente sia affetto da Corea: solitamente
la persona affetta presenta infatti altri casi di malattia
tra i propri familiari e nelle generazioni precedenti.
La diagnosi di malattia o l'esclusione della diagnosi
di malattia passa comunque attraverso un test genetico
da affrontare, per coloro che decidono di affrontarlo,
solo nell'ambito di strutture specializzate. Ci sono anche
casi in cui arrivare all'ipotesi di Huntington non è
semplice: questo succede quando il paziente è adottato
e improvvisamente, senza nessun indizio o sospetto precedente,
si trova a sviluppare sintomi bizzarri che non sembrano
collegati ad una patologia, visto che non sono accompagnati
da dolore alcuno.
L'importanza
dei finanziamenti Telethon
La Corea di Huntington insorge in media a 35-40 anni di
vita ma l'esatto momento di comparsa dei sintomi non è
prevedibile, come non è rallentabile la progressione.
Oggi, a dieci anni dalla scoperta del gene e della mutazione
responsabile, sicuramente c'è una maggiore preparazione
medica sulla malattia e la comprensione dei disturbi associati
è molto aumentata. Questo grazie alle associazioni
dei malati che hanno creato una rete importante di assistenza,
sostegno e informazione oltre che di aggiornamento.
Ma anche grazie alla Fondazione Telethon, che ha contribuito
in modo importante al finanziamento delle ricerche in
ambito italiano. Anche nella comunità scientifica
la Corea di Huntington ha acquisito una notevole importanza
per la sua particolarità biologica. Tutto ciò
ha contribuito a fare accendere i riflettori sulla Corea
di Huntington, migliorando, crediamo, la coscienza delle
necessità dei malati e dei loro familiari, aumentando
la speranza sui progressi della ricerca e convincendoci
che si tratta di una battaglia che, tutti insieme, malati
e non, dobbiamo vincere. Tenendo anche presente che studiare
una malattia significa anche contribuire al progresso
delle conoscenze sui meccanismi che governano le nostre
cellule, risultati che inevitabilmente ampliano le vedute
e le possibilità di intervento anche sulle altre
malattie umane.
È
tutta colpa dell'huntingtina.
Nella sua forma corretta, l'huntingtina è una proteina
normalmente presente in ogni individuo sano in una certa
quantità. Nel malato, una parte di questa proteina
è leggermente diversa e ciò la rende tossica
per alcuni tipi di cellule cerebrali, i neuroni GABAergici
dello striato; questi, di conseguenza, soffrono e, col
tempo, muoiono. Siccome questi neuroni sono importanti
per regolare il movimento, inibendolo quando serve, la
loro perdita rende la persona incapace di controllare
i movimenti degli arti e del tronco. L'huntingtina, sia
nella sua forma sana che mutata, costituisce un vero e
proprio enigma per la comunità scientifica: è
di grosse dimensioni (poche proteine sono così
grandi) ed è diversa da tutte le altre proteine
conosciute. Il fatto di non avere a disposizione proteine
simili che fungano da modello rende il lavoro di ricerca
un po' più difficile. Nel nostro caso particolare,
ci occupiamo da anni di scoprire il ruolo biologico della
proteina sana e come questo ruolo vari in presenza della
mutazione (1). Questo lavoro è stato avviato nel
1995 nel laboratorio diretto da Elena Cattaneo presso
l'Università degli Studi di Milano. Un team di
ricerca di cui, possiamo dirlo a gran voce, ci sentiamo
fieri di appartenere e che, vogliamo anche aggiungere,
ha un obiettivo che è, decisamente, anche il nostro.
Maria
Tartari
|
Chiara
Zuccato
|
Il
nostro punto di partenza è stato considerare che
in ogni patologia c'è sempre un'alterazione di
una situazione che è normale nella condizione sana.
Pertanto, finché non siamo in grado di comprendere
la condizione tipica del sano, non possiamo capire quali
fattori siano variati nella malattia, ne tanto meno possiamo,
nel malato, ristabilire le condizioni ottimali (che rappresenta
una cura).
Ecco quindi spiegata l'importanza di studi volti a scoprire
cosa fa l'huntingtina normale e cosa cambia con quella
mutata.
Molte sono le informazioni disponibili sul comportamento
dell'huntingtina mutata: la sua presenza nelle cellule
crea una sorta di confusione tra le molecole biologiche
così che molte vengono spostate o sequestrate in
parti della cellula dove normalmente non devono stare;
altre interagiscono di più o di meno con proteine
importanti per l'espressione genica o preposte ad altre
funzioni; altre sono rallentate dai sistemi di trasporto
ormai difettosi o impedite nella loro funzione a causa
della mancata comunicazione tra cellule. In tutta questa
confusione, il neurone, che ha bisogno di un ambiente
stabile e tollera poco le variazioni ambientali esterne
e interne (a meno che non siano di breve durata), comincia
a soffrire fino a che non si arrende. Questi studi, importantissimi,
avevano anche dimostrato che la proteina mutata crea degli
aggregati nella cellula, al punto che lo sviluppo di potenziali
tarmaci in grado di impedire questa aggregazione anomala
rappresenta oggi una strada sotto attento vaglio scientifico
e sperimentale. Questi studi sulla proteina mutata non
fornivano però spiegazioni sul perché, nonostante
la proteina mutata fosse presente in tutte le cellule
dell'organismo, solo i neuroni andassero incontro a morte
nella malattia.
La comprensione di questo aspetto faceva presagire l'apertura
di potenziali strade terapeutiche nuove, aggiuntive a
quelle sopra citate, ma questa volta più direttamente
mirate alla salvaguardia degli specifici neuroni che degenerano
nella malattia.
| "In
Italia e nel Mondo Tanti ricercatori compiono molti
progressi grazie ai quali sarà possibile arrivare
ad una cura" |
La
scoperta
Negli ultimi anni, il nostro gruppo di ricerca ha quindi
studiato la malattia partendo da presupposti diversi:
i primi risultati, pubblicati nel 2001 sulla rivista scientifica
Science (2) cercano di rispondere al perché, nella
malattia, muore solo un tipo particolare di cellule neuronali,
mentre quelli recentissimi, pubblicati su Nature Genetics
(3), spiegano anche come questo avviene.
Andando a studiare l'huntingtina sana abbiamo infatti
scoperto che essa sostiene la produzione di un fattore
neurotrofico, chiamato BDNF (Brain Derived Neurotrophic
Factor), di cui i neuroni striatali necessitano in modo
continuo per la loro sopravvivenza. Ecco quindi che, quando
una parte dell'huntingtina, necessaria per garantire il
continuo approvvigionamento di BDNF allo striato, è
mutata, la quantità di fattore neurotrofico che
arriva alle cellule è minore e, col tempo, anche
il neurone, come una pianta a cui si fa mancare acqua,
"piega il capo" e ingiallisce. Dopo questo risultato
ci sentivamo già a metà dell'opera; in realtà,
era solo la punta dell'iceberg, per cui di certo non potevamo
fermarci e accontentarci: dovevamo andare avanti e rispondere
alle altre domande: come fa l'huntingtina sana a produrre
il BDNF? Qual è il meccanismo che sta alla base
di questo fenomeno? Possiamo trasformare questo meccanismo
in una strategia per sviluppare tarmaci? Anche ad alcune
di queste domande ora c'è una risposta: abbiamo
infatti scoperto sia il bersaglio proteico che quello
genico (DNA) dell'azione benefica dell'huntingtina sana.
La storia è un po' complicata (perché il
cervello è di gran lunga l'organo umano più
complesso) ma suona così: il DNA, presente in tutte
le cellule dell'organismo, è composto di migliala
di geni dei quali alcuni, tra cui il BDNF, devono essere
accesi nei neuroni perché servono per il loro funzionamento.
La natura ha quindi sviluppato un sistema per regolare
questo meccanismo di accensione/spegnimento dei geni presenti
nel DNA delle nostre cellule: esiste una proteina chiamata
REST che, quando lega il DNA di questi geni, li spegne.
L'huntingtina sana è capace di trattenere REST
in modo da impedirgli di legare il DNA e di spegnere questi
geni. La conseguenza è che, in presenza di huntingtina
sana, i geni neuronali e il BDNF sono attivi e il neurone
funziona bene. Quando una parte di huntingtina è
mutata questo meccanismo diminuisce la sua forza di accensione
per cui viene prodotto meno BDNF e i neuroni striatali
stanno male.
Oltre
a spiegare il meccanismo, questi risultati forniscono
anche dei possibili bersagli farmacologici, in quanto
abbiamo identificato il pezzettino di DNA su cui questo
fine meccanismo di accensione avviene. Questo pezzettino
di DNA, a cui l'huntingtina sana parla, verrà ora
usato per sviluppare tarmaci che agiscano su quel pezzettino
esattamente come l'huntingtina sana, ripristinandone quindi
le funzioni benefiche. In assenza di cure, dobbiamo comunque
sempre tenere i piedi per terra, ricordando però
sempre che in Italia e nel mondo tanti ricercatori compiono
progressi quotidiani sulla malattia. Progressi che ancora
non hanno prodotto una cura ma senza i quali è
persino impossibile pensare di arrivarci.
Referenze
Bibliografiche:
1)
Cattaneo E., Rigamonti D., Zuccato C. (2002) Thè
Enigma of Huntington's Disease, Scientific Amehcan, 287,92-97
2)
Zuccate C., Ciammola A., Rigamonti D., Leavitt B.fì.,GoffredoD.,
Conti L, MacDonaidM.E., FriedIanderR.M.,Sii ani V., Hayden
M.R., Timmusk., Sipione S., and Cananeo E. (2001) Loss
of Huntingtìn-Mediated BDNF Gene Transcrìption
in Huntington's Disease, Science, 293, 493-498
3)
Zuccate C., Tartari T., Grotti C., Goffredo D., Valenza
M., Conti L., Cataudella T., Leavitt B. R., Hayden M.
R.,Timmusk T, Rigamonti D. and Cattaneo E. Huntingtin
interacts with REST/NRSF to modulate thè transcription
of NRSE-controlIed neuronal genes. Nature Genetics,
35:
76-83
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